Tristano si è perso a Rosignano Solvay

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Le famose Spiagge Bianche di Rosignano (Livorno): una distesa di sabbia resa artificialmente candida grazie ai “salubri” scarichi di carbonato di calcio prodotti dall’industria chimica Solvay. Forse è a quelle che pensava il regista Stefano Poda quando ha cominciato a ideare la messa in scena del wagneriano “Tristan und Isolde”, spettacolo di apertura del 77° festival del Maggio Musicale Fiorentino. Festival che, per inciso, non avrebbe potuto essere più sconclusionato: iniziato nella sede del teatro Comunale – che presto verrà venduta e destinata, pare, a un utilizzo più commerciale -, vedrà i prossimi appuntamenti distribuiti un po’ alla Pergola (le opere), un po’ al nuovo teatro (i concerti), già inaugurato nel dicembre 2011, ri-inaugurato lo scorso 10 maggio (con un curioso pot-pourri di atti d’opera e pezzi di balletto uniti a caso, cui mi sono rifiutata di assistere anche solo collegandomi a rai 5) e non ancora funzionante a pieno regime. Che bello quando le cose vengono gestite al meglio da un’amministrazione seria e competente!!

Ma torniamo alle Spiagge Bianche… se l’intento era quello di restituire il fascino delle caraibiche sponde di Rosignano utilizzando mezzi meno inquinanti (il riso), direi che il regista – anche autore di scene, costumi, luci e coreografia – ha perfettamente raggiunto lo scopo: si apre il sipario e già vediamo la scena interamente coperta dalla finta sabbia, al centro svetta una montagnola di sabbia che viene costantemente accresciuta da una lieve ma inesorabile pioggia di sabbia. E tutto questo per l’intera durata dei tre atti (che, quanto a lunghezza, non sono uno scherzo). Ora, il flusso sottile e inarrestabile sulla collinetta crea un “effetto clessidra” sicuramente affascinante…ma, come si dice: “ogni bel gioco duri poco”. Ecco. Credo che nel teatro valga la stessa regola: “ogni bel segno duri poco” (con le dovute eccezioni, ovviamente). Non solo perché l’insistenza con cui si propone una stessa immagine può ingenerare noia (e questo potrebbe essere un problema di noi spettatori “capre” 🙂 ), ma anche perché, alla lunga, qualsiasi segno, effetto o simbolo, per quanto suggestivo possa apparire, rischia di perdere di significato. Più indovinata mi è parsa l’idea di una pedana praticabile sospesa a mezz’aria, il cui precario barcollare, nel primo atto, suggerisce efficacemente l’ambiente della nave, evocandolo in modo poetico. In alto, spicca una sfera alternativamente illuminata e oscurata da un suggestivo gioco di luci. Questo l’impianto scenico, sostanzialmente uniforme per tutta la durata dell’opera, con un’ unica importante variazione: la pedana scompare nel secondo atto, per tornare nel terzo, nel quale compaiono anche, sull’inossidabile bianchissima sabbia, pezzi di statue alate in rovina.

Volentieri avrei “perdonato” al regista questa forse eccessiva staticità, se fosse riuscito poi a costruire uno spettacolo coerente con il testo di Wagner…invece purtroppo – come sempre più spesso capita – lo spettacolo era coerente con l’interpretazione dell’interpretazione dell’interpretazione dell’interpretazione del testo di Wagner. Premetto che non sono affatto contraria alle cosiddette “ambientazioni contemporanee” (ho apprezzato molto il Macbeth con la regia di Graham Vick visto l’anno scorso a Firenze, efficace, freddo e tagliente proprio per la sua modernità), né sono una fan dello spettacolo realistico e filologico a tutti i costi, anzi: non amo particolarmente le ricostruzioni storiche piene di dettagli e orpelli (benissimo il grande specchio e i pochi, curati elementi che, nel Rosenkavalier andato in scena nel 2012, regia di Eike Gramss, sostituivano il tradizionale campionario di sfarzi settecenteschi)…ma è fondamentale che la regia cerchi di cogliere i nodi del testo, i punti nevralgici della drammaturgia, il senso profondo delle relazioni tra i personaggi e delle loro azioni. In questo caso, invece, sembra quasi che la storia di Tristano e Isotta sia stata presa come pretesto per mettere in scena qualcos’altro, in un tentativo continuo di interpretare senza riuscire a raccontare, di mostrare una quantità di simboli senza riuscire ad andare al cuore della vicenda, di ricercare un’introspezione quasi psicanalitica senza riuscire a trasmettere alcuna emozione (se non la noia). Il culmine di un’impostazione tanto sclerotizzata lo si raggiunge nella grande scena tra i due protagonisti nel secondo atto: qui, dove le parole e la musica esprimono, con un canto ricco di sfumature, la forza ineluttabile di una passione nata da un artificio, e perciò tanto più devastante e sconcertante, e la sua naturale tendenza verso l’annullamento, verso la fusione di due identità in un unico “tutto”; qui, dove persino il richiamo dell’ancella Brangäne (“State in guardia!”, grida inutilmente ai due amanti) si amalgama alla terribile, struggente armonia magistralmente creata da Wagner; qui, in uno dei momenti clou dell’opera…vediamo Tristan e Isolde immobili nella più completa apatia, mentre intorno a loro sfilano a passo lento strane figure un po’ tristi, forse uscite da un incubo, grandi e piccini che recano vari oggetti (soprattutto ramoscelli) e si dedicano alle più diverse attività (sfruttando anche l’immancabile collinetta sabbiosa). C’è da aggiungere che i figuranti non lasciano mai soli i personaggi: nel primo atto si aggirano inquietanti uscendo e risalendo da una botola, nel terzo, denudati, fanno compagnia al debole, ferito Tristano e gli manifestano solidarietà accasciandosi per terra. Purtroppo, chi lascia soli i personaggi – o meglio, i loro interpreti – è proprio il regista: non si nota alcun lavoro sui cantanti, spesso inerti, impegnati nelle solite pose stereotipate o in gesti di difficile comprensione che a volte sfiorano il tragicomico (esemplare, in questo senso, la morte di Melot, che, dopo essere stato colpito da Kurwenal, anziché cadere come ogni persona normale, scende in tutta tranquillità le scale della botola). Senza infamia e senza lode i costumi, giocati su tonalità prevalentemente scure e su fogge a metà tra un imprecisato medioevo e un’imprecisata contemporaneità. Criticabile l’idea di vestire Isolde e Brangäne in modo praticamente identico e Re Marke con un lungo pastrano nero, già visto e rivisto in tante produzioni.

Per completezza, devo ammettere di non aver potuto assistere agli ultimi  minuti dello spettacolo (altrimenti avrei perso l’ultimo treno): quindi può darsi che, in occasione della morte di Isotta, il regista abbia fatto miracoli riscattando l’intero allestimento. Non lo saprò mai. E, lo confesso con serenità, non mi è nemmeno dispiaciuto troppo dovermi allontanare in anticipo dalla sala, se non per il disturbo recato ai vicini e, naturalmente, per la musica.

L’esecuzione di Mehta e dell’orchestra mi è sembrata ottima (per quanto non abbia molti termini di paragone, non conoscendo a fondo la partitura): il preludio, unico momento privo di sabbia e di figuranti, è stato in assoluto il più emozionante. Puntuale ed efficace, come sempre, il coro nei suoi pochi interventi. Il cast mi è parso di livello medio, con una punta di eccellenza nel Re Marke di Stephen Milling, bella e imponente voce di basso, interpretazione autorevole, che controbilanciava il discutibile Kurwenal di Juha Uusitalo, poco intonato e poco udibile (due caratteristiche che, messe insieme, almeno limitano il danno). Torsten Kerl (Tristan) e Lioba Braun meritano un plauso per aver affrontato dignitosamente le grandi difficoltà che i rispettivi ruoli presentano e per lo sforzo profuso – soprattutto dalla Braun – nel cercare una qualche espressività in un contesto registico tanto asettico. Forse non sono riusciti nell’impresa, ma almeno ci hanno provato. Lo stesso si può dire per la Brangäne di Julia Rutigliano. Piuttosto incisivo Kurt Azesberger nel breve ruolo di Melot. Comunque tutti, fatta eccezione per Milling, avevano difficoltà a rendere udibile la propria voce, a volte sovrastata dall’orchestra.

Il pomeriggio di domenica 11 maggio si è chiuso così, un po’ di corsa (dietro al treno) e tra mille perplessità. Non ho avuto nemmeno il tempo di salutare il teatro Comunale, che avrà pure tanti difetti, ma per me è stato un po’ la culla della musica: è qui che mi hanno portato per la prima volta a vedere un’opera (Il Flauto Magico dell’amato Mozart), e qui ho trascorso dei momenti di vera felicità. Non dimenticherò mai, per restare su Wagner, lo splendido Götterdämmerung con la direzione di Mehta e la spettacolare regia de La Fura dels Baus. Niente a che vedere con questo triste Tristano “balneare”.

 

 

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La Metamorfosi in musica

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Ieri ho assistito all’ultima replica de “La metamorfosi”, andata in scena al teatro Goldoni di Firenze dal 9 al 16 marzo. Ultimo appuntamento di lirica nello sparuto cartellone invernale del Maggio Musicale Fiorentino, l’opera, musicata dall’autrice contemporanea Silvia Colasanti su libretto di Pier’Alli – che ha curato anche regia, scene, costumi e video -, ha riscosso un buon successo.

Le atmosfere del romanzo di Kafka sono state restituite perfettamente da un impianto scenografico mobile, in grado, anche grazie all’aiuto di video proiezioni, di permettere allo spettatore di assumere di volta in volta punti di vista diversi. Particolarmente efficace, ad esempio, il momento in cui il protagonista, appeso al soffitto, osserva dall’alto la madre e la sorella intente a spostare i mobili della sua stanza. Il protagonista infatti non è altro che un grosso scarafaggio… o meglio, un commesso viaggiatore che una mattina si ritrova di punto in bianco nel corpo di un grosso scarafaggio. Un incubo? Un’allucinazione? Fatto sta che Gregorio Samsa resta intrappolato nella sua corazza animalesca, pur conservando pensieri e sentimenti umani. Così assistiamo allo stravolgimento della sua vita quotidiana: dopo l’orrenda trasformazione, Gregorio, fino a quel momento unico sostegno economico della famiglia, perde rapidamente ogni considerazione, fino ad essere trattato come un peso, come un ostacolo sgradevole da ignorare o da eliminare. La sua dimensione umana viene negata non tanto dalla sua fisicità mostruosa, dalla voce in grado di emettere ormai solo suoni stridenti e bestiali, quanto dall’atteggiamento prima guardingo, poi apertamente ostile delle persone che lo circondano. Forse è per questo che il regista ha scelto di non attribuire al costume del protagonista un aspetto eccessivamente repellente: il bravo mimo chiamato ad interpretare il difficile personaggio indossa una maschera che ricorda più certe figure di De Chirico che una testa di insetto, e protesi alle mani e ai piedi simili a grosse zampe. La figura umana però non è del tutto stravolta: la sua sembra quasi una metamorfosi non ancora del tutto compiuta. Ed anche la voce, elemento molto importante secondo l’autrice della musica, non perde la capacità di esprimere emozioni e paure, pur restando incomprensibile per gli altri personaggi. Un attore ed un coro si alternano nel dare voce a Gregorio, ai suoi tentativi di comunicare, ai suoi pensieri ora angoscianti, ora speranzosi, e talvolta si sovrappongono, quasi a voler dare vita ad un confuso, inquieto dialogo interiore. 

Molto efficace l’interpretazione di tutti i cantanti-attori, in particolare quella di Laura Catrani, Gabriella Sborgi e Roberto Abbondanza (rispettivamente la Sorella, la Madre e il Padre). Molto apprezzabile il lavoro svolto dal regista e dagli interpreti nel curare la recitazione in ogni minimo dettaglio (cosa che purtroppo non si ha spesso la fortuna di vedere nel teatro d’opera). 

Per quanto riguarda la musica, premetto che non sono assolutamente in grado di valutare gli autori contemporanei: non ho proprio gli strumenti né le conoscenze per farlo. Detto questo, ho trovato la partitura sicuramente efficace nel disegnare le atmosfere opprimenti del romanzo e mi è sembrato particolarmente originale ed efficace l’impiego del coro (come sempre eccellente, così come l’orchestra, diretta da Marco Angius) . L’orchestrazione mi ricordava a tratti Stravinskij. Tuttavia nell’insieme la musica, soprattutto per quanto riguarda la linea melodica intonata dai cantanti, mi è parsa un po’ troppo monocorde… forse perché sono abituata all’opera “tradizionale”, dove nella maggior parte dei casi le note e il testo si uniscono per trasmettere un certo messaggio, una certa emozione, ecc… Qui invece sembrava che ogni frase avesse sempre lo stesso colore e lo stesso tono… ma se un personaggio esclama: “Oh, che bella giornata!” non potrà mai pronunciare quelle parole nello stesso modo in cui dirà: “Certo che la vita è proprio angosciante”. No? Boh…

Concludo esprimendo la mia solidarietà alle maschere del Maggio Musicale Fiorentino, rimaste escluse, nonostante la loro esperienza, da una selezione a dir poco assurda (oltre che poco trasparente). Per chi volesse maggiori informazioni sulla vicenda, rimando alla pagina facebook:

https://www.facebook.com/pages/In-difesa-dei-precari-del-Maggio-Musicale-Fiorentino/149878615086889?fref=ts