La Commedia arlecchina al Teatro la Baracca

Set A Commedia masks

Il teatro la Baracca di Prato è una realtà unica nel suo genere: indipendente, non riceve alcun finanziamento ma riesce ugualmente a proporre spettacoli di qualità, basati principalmente sull’originalità ed efficacia dei testi e sulla bravura degli interpreti. Il lavoro portato avanti da oltre vent’anni da Maila Ermini, fondatrice del teatro, con la collaborazione di Gianfelice D’Accolti, è un esempio concreto di come si possa riuscire a fare cultura disponendo di pochissime risorse: spettacoli di impegno civile, teatro per ragazzi, commedie che al divertimento uniscono sempre la riflessione, ma anche alcune iniziative aperte alla partecipazione creativa di tutti, come “La festa della poesia” e “La notte dei racconti”.

Commedia arlecchina”, portata in scena il 17 e 18 maggio dalla “Compagnia delle ragazze”, composta dalle allieve del corso di recitazione tenuto da Maila Ermini, è un testo molto particolare scritto dalla stessa attrice e regista. Si tratta di un’opera in versi che vede protagoniste le maschere della Commedia dell’Arte (Arlecchino, il Dottore, Pantalone, Rosaura, Colombina e una versione femminile di Brighella) catapultate nell’attualità. Pantalone diventa così un appassionato giocatore di borsa e tutti gli altri, pur mantenendo le proprie, inossidabili caratteristiche, possono essere identificati in altrettante figure della società contemporanea (il disoccupato, l’approfittatore, e così via). Ma c’è di più: Rosaura e Colombina, non a caso le uniche a non indossare la maschera, vogliono fuggire dalla rassicurante ma limitante finzione teatrale per affrontare il mondo reale e diventare donne in carne e ossa. Vogliono studiare, imparare, emanciparsi. Naturalmente questa loro decisione crea scompiglio tra le altre maschere, di volta in volta dubbiose, sospettose, solidali (ma fino a un certo punto), in un avvicendarsi di scene divertenti che vedono abilmente rielaborati e messi in discussione gli stereotipi legati alla Commedia dell’Arte: la fissità dei caratteri, le convenzionali scene d’amore, il rigido sistema dei ruoli, con una Colombina che sembra quasi passare dal ruolo di Servetta a quello di Innamorata (un’Innamorata sui generis, però). Fino all’emozionante e un po’ malinconica conclusione, che prevede anche l’intervento dell’Autrice quale “dea ex machina”.

Un testo fortemente metateatrale, che prende in prestito le convenzioni del teatro del passato per farci riflettere anche sulla contemporaneità e, più in generale, sulla vita: si può ingabbiare la volontà di cambiamento? A quali conseguenze andiamo incontro quando abbandoniamo le nostre rassicuranti “catene” per prenderci la responsabilità di essere liberi? La commedia suscita queste e molte altre domande, senza però perdere mai la sua freschezza, anche per merito dell’accurato lavoro di costruzione delle scene e di caratterizzazione dei personaggi condotto dalla regia (di Ermini) e dalle interpreti. Un plauso particolare va alle sei giovanissime attrici (Lavinia Calamai, Bianca Ciardi, Sara Coppola, Silvia Melozzi, Chiara Menchetti e Daria Reali), che si sono confrontate con un testo molto difficile: si apprezza il loro sforzo di colorire le battute che, essendo in rima, rischierebbero altrimenti di suonare monotone, e la loro abilità nel rendere efficacemente e con disinvoltura anche la fisicità delle maschere. Appropriate le musiche – su cui si sviluppano, in alcuni momenti della commedia, divertenti coreografie -, splendidi i costumi a cura della Sartoria Monaco.

Il prossimo appuntamento al Teatro la Baracca è lunedì 9 giugno alle 21.30: l’attore Gianfelice D’Accolti leggerà alcuni testi di Aldo Palazzeschi.

 

 

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Tristano si è perso a Rosignano Solvay

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Le famose Spiagge Bianche di Rosignano (Livorno): una distesa di sabbia resa artificialmente candida grazie ai “salubri” scarichi di carbonato di calcio prodotti dall’industria chimica Solvay. Forse è a quelle che pensava il regista Stefano Poda quando ha cominciato a ideare la messa in scena del wagneriano “Tristan und Isolde”, spettacolo di apertura del 77° festival del Maggio Musicale Fiorentino. Festival che, per inciso, non avrebbe potuto essere più sconclusionato: iniziato nella sede del teatro Comunale – che presto verrà venduta e destinata, pare, a un utilizzo più commerciale -, vedrà i prossimi appuntamenti distribuiti un po’ alla Pergola (le opere), un po’ al nuovo teatro (i concerti), già inaugurato nel dicembre 2011, ri-inaugurato lo scorso 10 maggio (con un curioso pot-pourri di atti d’opera e pezzi di balletto uniti a caso, cui mi sono rifiutata di assistere anche solo collegandomi a rai 5) e non ancora funzionante a pieno regime. Che bello quando le cose vengono gestite al meglio da un’amministrazione seria e competente!!

Ma torniamo alle Spiagge Bianche… se l’intento era quello di restituire il fascino delle caraibiche sponde di Rosignano utilizzando mezzi meno inquinanti (il riso), direi che il regista – anche autore di scene, costumi, luci e coreografia – ha perfettamente raggiunto lo scopo: si apre il sipario e già vediamo la scena interamente coperta dalla finta sabbia, al centro svetta una montagnola di sabbia che viene costantemente accresciuta da una lieve ma inesorabile pioggia di sabbia. E tutto questo per l’intera durata dei tre atti (che, quanto a lunghezza, non sono uno scherzo). Ora, il flusso sottile e inarrestabile sulla collinetta crea un “effetto clessidra” sicuramente affascinante…ma, come si dice: “ogni bel gioco duri poco”. Ecco. Credo che nel teatro valga la stessa regola: “ogni bel segno duri poco” (con le dovute eccezioni, ovviamente). Non solo perché l’insistenza con cui si propone una stessa immagine può ingenerare noia (e questo potrebbe essere un problema di noi spettatori “capre” 🙂 ), ma anche perché, alla lunga, qualsiasi segno, effetto o simbolo, per quanto suggestivo possa apparire, rischia di perdere di significato. Più indovinata mi è parsa l’idea di una pedana praticabile sospesa a mezz’aria, il cui precario barcollare, nel primo atto, suggerisce efficacemente l’ambiente della nave, evocandolo in modo poetico. In alto, spicca una sfera alternativamente illuminata e oscurata da un suggestivo gioco di luci. Questo l’impianto scenico, sostanzialmente uniforme per tutta la durata dell’opera, con un’ unica importante variazione: la pedana scompare nel secondo atto, per tornare nel terzo, nel quale compaiono anche, sull’inossidabile bianchissima sabbia, pezzi di statue alate in rovina.

Volentieri avrei “perdonato” al regista questa forse eccessiva staticità, se fosse riuscito poi a costruire uno spettacolo coerente con il testo di Wagner…invece purtroppo – come sempre più spesso capita – lo spettacolo era coerente con l’interpretazione dell’interpretazione dell’interpretazione dell’interpretazione del testo di Wagner. Premetto che non sono affatto contraria alle cosiddette “ambientazioni contemporanee” (ho apprezzato molto il Macbeth con la regia di Graham Vick visto l’anno scorso a Firenze, efficace, freddo e tagliente proprio per la sua modernità), né sono una fan dello spettacolo realistico e filologico a tutti i costi, anzi: non amo particolarmente le ricostruzioni storiche piene di dettagli e orpelli (benissimo il grande specchio e i pochi, curati elementi che, nel Rosenkavalier andato in scena nel 2012, regia di Eike Gramss, sostituivano il tradizionale campionario di sfarzi settecenteschi)…ma è fondamentale che la regia cerchi di cogliere i nodi del testo, i punti nevralgici della drammaturgia, il senso profondo delle relazioni tra i personaggi e delle loro azioni. In questo caso, invece, sembra quasi che la storia di Tristano e Isotta sia stata presa come pretesto per mettere in scena qualcos’altro, in un tentativo continuo di interpretare senza riuscire a raccontare, di mostrare una quantità di simboli senza riuscire ad andare al cuore della vicenda, di ricercare un’introspezione quasi psicanalitica senza riuscire a trasmettere alcuna emozione (se non la noia). Il culmine di un’impostazione tanto sclerotizzata lo si raggiunge nella grande scena tra i due protagonisti nel secondo atto: qui, dove le parole e la musica esprimono, con un canto ricco di sfumature, la forza ineluttabile di una passione nata da un artificio, e perciò tanto più devastante e sconcertante, e la sua naturale tendenza verso l’annullamento, verso la fusione di due identità in un unico “tutto”; qui, dove persino il richiamo dell’ancella Brangäne (“State in guardia!”, grida inutilmente ai due amanti) si amalgama alla terribile, struggente armonia magistralmente creata da Wagner; qui, in uno dei momenti clou dell’opera…vediamo Tristan e Isolde immobili nella più completa apatia, mentre intorno a loro sfilano a passo lento strane figure un po’ tristi, forse uscite da un incubo, grandi e piccini che recano vari oggetti (soprattutto ramoscelli) e si dedicano alle più diverse attività (sfruttando anche l’immancabile collinetta sabbiosa). C’è da aggiungere che i figuranti non lasciano mai soli i personaggi: nel primo atto si aggirano inquietanti uscendo e risalendo da una botola, nel terzo, denudati, fanno compagnia al debole, ferito Tristano e gli manifestano solidarietà accasciandosi per terra. Purtroppo, chi lascia soli i personaggi – o meglio, i loro interpreti – è proprio il regista: non si nota alcun lavoro sui cantanti, spesso inerti, impegnati nelle solite pose stereotipate o in gesti di difficile comprensione che a volte sfiorano il tragicomico (esemplare, in questo senso, la morte di Melot, che, dopo essere stato colpito da Kurwenal, anziché cadere come ogni persona normale, scende in tutta tranquillità le scale della botola). Senza infamia e senza lode i costumi, giocati su tonalità prevalentemente scure e su fogge a metà tra un imprecisato medioevo e un’imprecisata contemporaneità. Criticabile l’idea di vestire Isolde e Brangäne in modo praticamente identico e Re Marke con un lungo pastrano nero, già visto e rivisto in tante produzioni.

Per completezza, devo ammettere di non aver potuto assistere agli ultimi  minuti dello spettacolo (altrimenti avrei perso l’ultimo treno): quindi può darsi che, in occasione della morte di Isotta, il regista abbia fatto miracoli riscattando l’intero allestimento. Non lo saprò mai. E, lo confesso con serenità, non mi è nemmeno dispiaciuto troppo dovermi allontanare in anticipo dalla sala, se non per il disturbo recato ai vicini e, naturalmente, per la musica.

L’esecuzione di Mehta e dell’orchestra mi è sembrata ottima (per quanto non abbia molti termini di paragone, non conoscendo a fondo la partitura): il preludio, unico momento privo di sabbia e di figuranti, è stato in assoluto il più emozionante. Puntuale ed efficace, come sempre, il coro nei suoi pochi interventi. Il cast mi è parso di livello medio, con una punta di eccellenza nel Re Marke di Stephen Milling, bella e imponente voce di basso, interpretazione autorevole, che controbilanciava il discutibile Kurwenal di Juha Uusitalo, poco intonato e poco udibile (due caratteristiche che, messe insieme, almeno limitano il danno). Torsten Kerl (Tristan) e Lioba Braun meritano un plauso per aver affrontato dignitosamente le grandi difficoltà che i rispettivi ruoli presentano e per lo sforzo profuso – soprattutto dalla Braun – nel cercare una qualche espressività in un contesto registico tanto asettico. Forse non sono riusciti nell’impresa, ma almeno ci hanno provato. Lo stesso si può dire per la Brangäne di Julia Rutigliano. Piuttosto incisivo Kurt Azesberger nel breve ruolo di Melot. Comunque tutti, fatta eccezione per Milling, avevano difficoltà a rendere udibile la propria voce, a volte sovrastata dall’orchestra.

Il pomeriggio di domenica 11 maggio si è chiuso così, un po’ di corsa (dietro al treno) e tra mille perplessità. Non ho avuto nemmeno il tempo di salutare il teatro Comunale, che avrà pure tanti difetti, ma per me è stato un po’ la culla della musica: è qui che mi hanno portato per la prima volta a vedere un’opera (Il Flauto Magico dell’amato Mozart), e qui ho trascorso dei momenti di vera felicità. Non dimenticherò mai, per restare su Wagner, lo splendido Götterdämmerung con la direzione di Mehta e la spettacolare regia de La Fura dels Baus. Niente a che vedere con questo triste Tristano “balneare”.

 

 

BENT – La storia dimenticata dei triangoli rosa

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Quando pensiamo alle atrocità commesse dal regime nazista, la prima cosa che ci viene in mente è la persecuzione e lo sterminio degli Ebrei; difficilmente ci ricordiamo delle altre vittime: Rom, Sinti, portatori di handicap, testimoni di Geova, dissidenti politici e omosessuali. I libri di storia generalmente si limitano ad elencarle, senza particolari approfondimenti, e in occasione della Giornata della Memoria i media dedicano loro scarsa – se non inesistente – attenzione. Tanto maggior merito, quindi, va a chi, nel silenzio pressoché generale, cerca di far conoscere il dramma vissuto da migliaia di persone solo in ragione della propria “diversità” (chissà perché i regimi totalitari si impegnano sempre così tanto a eliminare chi, per qualsiasi ragione, non si adegua allo stile di vita predominante…secondo me ne hanno paura).

È il caso dell’associazione teatrale “Cervelli in Tempesta”, che da alcuni mesi sta portando in giro per la Toscana uno spettacolo intenso e coraggioso, BENT, tratto dall’omonimo testo di Martin Sherman. La pièce racconta, attraverso la storia del giovane Max, l’improvviso e traumatico passaggio da una Berlino relativamente aperta nei confronti dei gay all’inizio di una durissima repressione (in seguito alla “Notte dei lunghi coltelli”, avvenuta nel giugno del 1934), che costringe molti di loro alla fuga, nel migliore dei casi, o alla detenzione nei campi di concentramento.

Non voglio dilungarmi sulla trama (chi volesse saperne di più…si veda lo spettacolo!), quindi passo subito alle impressioni sulla replica cui ho assistito. Il regista Lorenzo Tarocchi utilizza pochi ma efficaci elementi scenici per proiettarci prima in una Berlino povera, un po’ bohèmienne, ma tutto sommato felice, dopo, nella realtà cruda e straniante del lager di Dachau. Nella prima parte viviamo, insieme al protagonista, gli eccessi della sua giovinezza sregolata (fatta di feste, alcol, incontri occasionali), le sue serate al club di Greta, una sorta di maîtresse ambigua e opportunista, la sua burrascosa ma tenera storia d’amore con il ballerino Rudy. Poi, il terribile viaggio in treno: qui la regia, attraverso un’efficace combinazione di luci, musica, canto, e un sapiente lavoro sulla fisicità dei bravissimi interpreti, ci lascia sentire, quasi sulla nostra pelle, il peso di una violenza assurda e schiacciante, pur evitando di mostrarcene i momenti più crudi. L’effetto è da brividi. Fino alla seconda parte, ambientata nel campo di concentramento. Qui assistiamo a un paradosso: la nascita di sentimenti umani in un contesto che non potrebbe essere più disumanizzante. Attraverso il rapporto tra Max e Horst, un detenuto contrassegnato dal triangolo rosa (e quindi “bollato” come omosessuale, a differenza di Max, che riesce invece ad ottenere la stella gialla degli Ebrei per ricevere un trattamento appena meno infamante), questo paradosso diventa possibile: i due si scontrano, si perdono, si ritrovano a doversi aggrappare l’uno all’altro per non cedere alla pazzia indotta da un “lavoro” straniante, si amano. Ma dire “amare” è riduttivo: quello che si crea tra i due protagonisti è un legame che va aldilà dell’amore tradizionalmente concepito, è un legame che trascende il corpo, che si nutre di momenti di indescrivibile delicatezza, di angoscia, di sempre rinnovati tentativi di comunicazione, di paura e di meraviglia, di ironia e di silenzi. Le emozioni passano senza filtro dal palco alla platea – commozione, entusiasmo, persino divertimento -, grazie a una regia coinvolgente e al tempo stesso asciutta e alle eccellenti interpretazioni di Gabriele Giaffreda (Max) e Henrj Bartolini (Horst), così diverse e così bene amalgamate: tanto rude, introverso e apparentemente forte il primo, quanto delicato, ironico e apparentemente fragile il secondo. I due attori riescono a rendere straordinariamente umani i rispettivi personaggi, con una recitazione basata su una gestualità mai esagerata ma incisiva e sulle sfumature e modulazioni dei toni di voce. Ma un bravo va anche a tutto il resto del cast, composto da Alessio Nieddu, Alessandro Novolissi, Francesco Tasselli, Claudia Corrieri, Francesco Gori e Tommaso Torselli: ogni attore è in grado di offrire un’efficace caratterizzazione del proprio personaggio e la compagnia nel suo insieme dimostra un grande affiatamento. 

Lo spettacolo ha inoltre il merito di farci riflettere su quanto ancora oggi l’omosessualità sia una condizione tutt’altro che accettata: l’orrore dei lager non è paragonabile a quanto accade oggi, d’accordo, ma i pregiudizi ancora esistenti, i troppi pestaggi ai danni delle coppie gay, le leggi che non ne tutelano i diritti, l’onnipresente e infausta influenza del Vaticano dimostrano quanta strada ci sia ancora da fare (e mi limito e parlare dell’Italia, perché, se dovessi affrontare il tema della vita degli omosessuali in Russia o in altri Paesi, si aprirebbe un capitolo di infiniti abusi e di infinite ingiustizie). Potrà essere utopistico, ma secondo me la società dovrebbe evolversi al punto da poter considerare l’orientamento sessuale come una caratteristica qualsiasi di una persona, che non la qualifica né come buona né come cattiva… un modo di essere equivalente a qualsiasi altro e come tale degno di rispetto. Spero non sia poi così utopistico.

Che aggiungere? Solo il consiglio, per chi può, di non perdersi questo spettacolo: le prossime recite – in una nuova versione itinerante – saranno a Lucca, presso il Baluardo San Colombano, il 18,19,21,22,23 settembre.

Uno, nessuno, centomila Onegin

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Il 4 aprile ho compiuto 30 anni e, per ovviare allo sconcerto che il raggiungimento di una sì veneranda età porta sempre con sé, ho deciso di farmi regalare un biglietto per l’opera: nel mio caso, non potrebbe esserci toccasana migliore :). Mi mette sempre di buon umore andare all’opera, anche quando l’esecuzione musicale o l’allestimento lasciano un po’ perplessi… e in effetti questo è quanto si è verificato domenica scorsa (6 aprile) al Teatro Comunale di Bologna, dove ho assistito a una replica di Evgenij Onegin di Čajkovskij.

Il libretto, scritto dallo stesso compositore e ispirato all’omonimo romanzo di Puškin, delinea una storia struggente e amara, come solo i grandi Russi sanno fare: Tat’jana, ragazza ingenua e sognatrice, si innamora dell’affascinante e disincantato Onegin, trova il coraggio di dichiarargli i suoi sentimenti ma viene crudelmente respinta. Tre anni dopo i due si incontrano di nuovo: questa volta sarà la giovane, ormai moglie del principe Gremin, a scacciare Onegin, troppo tardivamente pentito, pur amandolo ancora. Intorno ai due protagonisti ruotano altri personaggi ugualmente ben scolpiti: il poeta Lenskij, che viene ucciso dall’amico Evgenij in duello in seguito a uno stupido “incidente diplomatico”, Olga, la vivace sorella di Tat’jana, la vedova Larina, madre delle due fanciulle, l’anziana balia, il nobile Gremin e alcuni comprimari. Il tutto immerso in una musica meravigliosa, capace di esprimere al massimo grado il sogno, il disincanto, la passione, la dolcezza, l’allegria, la gelosia, l’ira. Insomma: ci si commuove, talvolta si sorride e soprattutto si riflette su quanto possiamo esser bravi a complicare le relazioni umane. Alzi la mano chi non ha vissuto – almeno in gioventù – un amore “fuori tempo” come quello di Tat’jana e Evgenij, o chi non ha rischiato di rovinare un’amicizia per qualche banale litigio (magari senza per forza arrivare al duello, eh!). 

Come dicevo, l’esecuzione musicale e (soprattutto) l’allestimento mi hanno lasciata un po’ perplessa. Premetto che non conosco bene quest’opera: domenica l’ho vista e ascoltata per intero e dal vivo per la prima volta (l’avevo però vista un po’ a pezzi e in diverse versioni su youtube…anche se non è certo la stessa cosa!). Quindi…le mie valutazioni sono da prendere con le molle. Sul versante musicale, in particolare, non posso certo dire di essere molto ferrata, sia perché i miei studi di musica risalgono alla notte dei tempi, sia perché Evgenij Onegin  non rientra – almeno per ora – tra quei melodrammi che a forza di infiniti ascolti si sono stampati nella mia testa (sorte toccata, invece, alla trilogia Mozart-Da Ponte). Ho notato che spesso l’orchestra tendeva a coprire le voci… un problema dei cantanti, del direttore, dell’acustica? Non saprei dire… per il resto mi è sembrato che la splendida musica di Čajkovskij risuonasse in tutta la sua espressiva varietà, quindi un plauso al giovanissimo direttore Aziz Shokhakimov e all’orchestra e al coro del Teatro Comunale. Quanto ai cantanti, Valeriu Caradja nel ruolo del protagonista è risultato piuttosto deludente: la voce mi è sembrata abbastanza incolore e poco udibile (ad esempio, nell’arioso del terzo atto – dove con malinconica ironia Čajkovskij fa cantare ad Onegin lo stesso tema che nel primo atto era stato intonato da Tat’jana nella famosa scena della lettera, quella dove la ragazza decide di confessare il suo amore -, il baritono era completamente sovrastato dall’orchestra), l’interpretazione monocorde e un po’ impacciata. Dov’erano il fascino distaccato e superbo del dandy, l’eleganza dell’uomo di mondo, seduttore per noia (“noia” è forse la parola più pronunciata dal nostro amico)? Certo la regia e il triste costume “da prete” (completamente nero; unico vezzo: un bastone da passeggio…anch’esso nero, s’intende) non lo aiutavano! Assai migliore mi è parsa la prova di Anna Kraynikova nella parte di Tat’jana: voce giovanile, fresca, espressiva, ideale per il personaggio, ottime attitudini interpretative. Si è dimostrata capace di reggere la scena e di catalizzare su di sé l’attenzione, anche grazie ad un portamento lieve ed elegante e ad un aspetto davvero leggiadro. La cantante, almeno dal punto di vista estetico, formava un bel contrasto insieme all’interprete della sorella Olga, Lena Belkina: l’una bionda e sottile, l’altra mora e formosa (“recondita armonia di bellezze diverse”, direbbero i librettisti di Puccini!)… ma purtroppo tale contrasto si fermava a un livello superficiale: la divergenza dei due caratteri, su cui tanto insiste il libretto, non emergeva affatto dalla regia. La performance vocale della Belkina non mi è sembrata particolarmente incisiva; lo stesso si può dire del Lenskij del tenore Khachatur Badalyan (che tuttavia è stato uno dei beniamini del pubblico… quindi mi sbaglierò, oppure questione di gusti). Ho apprezzato invece le interpretazioni di Elena Traversi nel ruolo di Larina e di Cristina Melis in quello della balia, mentre il Gremin di Alexei Tanovitski era un po’ troppo “gorgogliante”. 

Ma le note più dolenti – almeno per me – erano dovute all’allestimento, firmato da Mariusz Trelinski. Simboli, simboli ovunque! Pure troppi… faccio qualche esempio: nel primo atto venivamo “travolti” da un’esorbitante quantità di mele (la giovinezza, le occasioni da cogliere?), nel walzer all’inizio del secondo atto Tat’jana era accerchiata da un gruppo di danzatori vestiti da lupi (il pericolo cui si è esposta con la sua ardita confessione? Il presagio dell’infausta conclusione del ballo?), durante la brillante polonaise che apre il terzo atto assistevamo a un lugubre defilé di donne che marciavano a testa china, ingombre di abiti e copricapi assurdi (le amanti illuse da Onegin durante i suoi viaggi per il mondo?). Onegin – come anticipato – sempre in nero color prete, Lenskij invece in completo bianco e panna da “gelataio”: ma la differenza tra il cinico seduttore e il sensibile poeta si poteva capire anche senza questo manicheismo cromatico…magari attraverso una maggior cura della recitazione, qui risolta invece in una serie di gesti astratti, stilizzati, oppure direttamente affidata all’estro e alla buona volontà degli interpreti. Ma quello che veramente ha suscitato in me la più grande perplessità – più dell’apparizione di un Monsieur Triquet, animatore della festa del secondo atto, abbigliato come Cristiano Malgioglio e accompagnato da ballerini alati e rivestiti di un perizoma a paillettes (ma perché?), mentre un’altra danzatrice fuoriusciva da una torta gigante; più dell’inguardabile abito fucsia in cui era costretta la povera Tat’jana nel terzo atto (evidentemente non bastava l’infelice matrimonio con un uomo più anziano, né la funesta e inopportuna ricomparsa di Onegin!) – è stato il personaggio del signor O., interpretato dal pur bravo Emil Wesolowski (anche autore delle coreografie). Il signor O., non previsto dal libretto, era un uomo vestito esattamente come Onegin, però di bianco: forse il suo doppio ormai anziano. O. era quasi onnipresente: a volte in qualità di muto narratore, a volte meneur de jeu (soprattutto nel secondo atto, dove sembrava quasi predisporre e posizionare i personaggi in vista del dramma che si sarebbe verificato di lì a poco), a volte silenzioso ma attivo interlocutore (come nella scena della lettera). Come se la potenza della musica e della drammaturgia non bastasse a narrare la storia di Onegin: no, a quanto pare, secondo il regista, c’era bisogno di rimarcare, sottolineare, spiegare, squadernare. Ed O. sembrava servire proprio a questo scopo. Se si aggiunge che nel terzo atto il bizzarro e non richiesto personaggio si metteva alla guida di altri 5-6 doppi di Onegin (loro vestiti di nero, però!), il quadro di eccesso e ridondanza è completo. In breve: non se ne sentiva proprio il bisogno!

In conclusione, Trelinski, con questo spettacolo visionario e a tratti anche coinvolgente, è riuscito ad offrirci probabilmente un saggio del suo ricco mondo interiore…ma non è riuscito a portarci dentro al dramma intimo, toccante e vero di Evgenij Onegin.

Ps: colgo l’occasione per consigliare la visione del film Onegin di Martha Fiennes, con una splendida Liv Tyler e un fascinosissimo Ralph Fiennes! 🙂

 

 

HER – Quanto è noiosa la solitudine!

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Oggi mi sento proprio in vena di fare il “bastian contrario”, così ho deciso di scrivere una mini recensione (o meglio, un insieme di impressioni a caso) su un film che è piaciuto a tutti, ma proprio a tutti (o quasi)…ma che in me ha destato più perplessità che ammirazione (con un pizzico di irritazione!).

Certo, l’opera di Spike Jonze ha non pochi meriti: il film è realizzato molto bene, con immagini quasi “liquide” (che mostrano un mondo tecnologico ma non caotico, ordinato e pacifico, avvolto in una luce rassicurante e ovattata), un ritmo comodo (forse pure troppo!), scandito da intensi primi piani, un cast di alto livello, nel quale spicca su tutti il bravissimo Joaquin Phoenix.

E allora…dov’è il problema?

Forse nelle eccessive aspettative che avevo riposto nel film dopo aver visto il trailer. Confesso che il già molto esplorato tema delle relazioni tra esseri umani e oggetti tecnologici mi intrigava, e speravo in una sua “messa in scena” originale. Sono innumerevoli gli esempi, nel cinema, nella musica e nella letteratura, di storie che raccontano il legame (di amore, amicizia, paternità) tra un uomo e una creatura artificiale – artificiale sì, ma così ben fatta da sembrare “umana, troppo umana” -, o che comunque si interrogano su quanto possa essere sottile il confine tra le due nature (quella umana e quella tecnologica): a cominciare dal mito di Pigmalione, passando per Blade Runner, Matrix, A.I. – Intelligenza artificiale, per arrivare a soggetti meno fantascientifici, come l’intramontabile Pinocchio o la meravigliosa bambola meccanica di cui si innamora il Casanova felliniano o la funambolica Olympia de I racconti di Hoffmann…o ancora Ruby Sparks, la ragazza ideale che “esce” letteralmente dalla penna di un giovane scrittore.  HER si inserisce in questo filone, descrivendo il rapporto sentimentale tra il solitario Theodore, di professione autore di lettere d’amore per conto di terzi, e Samantha, un sistema operativo altamente evoluto, in grado di adattarsi alle esigenze della persona con cui entra in contatto.

Non mi dilungo sulla trama e passo subito a svolgere, come promesso, il ruolo di “bastian contrario”: un film interamente basato sul relazionarsi tra un uomo e una voce femminile (quella di Samantha, appunto) avrebbe dovuto trovare la sua forza non solo nei primi piani perfettamente riusciti e particolarmente espressivi del protagonista, ma anche nei dialoghi. Sono proprio questi a non convincermi: per tutto il tempo i due parlano, parlano, parlano…del niente… o meglio, instaurano conversazioni banali o esprimono in maniera convenzionale e poco veritiera i propri sentimenti. Insomma: mi sono un po’ annoiata nel sentire Theodore decantare i vantaggi di una relazione finalmente felice con qualcuno che lo capisce veramente (e ci credo: è programmata per quello!), o nell’assistere alle progressive scoperte di Samantha sulla propria capacità di provare sensazioni ed emozioni…tutto molto bello, sì, ma un po’ stucchevole, un po’ falso e soprattutto già visto.

Quel che mi aspettavo dal film (ma l’errore è mio: mai aspettarsi niente da nessuno, tanto meno da una pellicola 🙂 ), in realtà, era una critica più approfondita sullo stile di vita, sempre più solitario e autoreferenziale, che attualmente va per la maggiore. Critica non vuol dire condanna, ma analisi; vuol dire andare a fondo, alla radice di qualcosa: qui si rimane alla superficie. Ci si sente dolcemente avvolti, ma non profondamente colpiti, dall’infinita tristezza di un uomo capace di relazionarsi solo con un prodotto altamente tecnologico, creato su misura per leggergli dentro, ma pronto a chiudersi in se stesso alle prime difficoltà con una donna reale. Siamo tutti (chi più, chi meno) un po’ “malati” di tecnologia: a volte ci capita di passare più tempo con il nostro computer o con contatti virtuali che con persone in carne ed ossa. Eppure il lieve dramma di Theodore ci sfiora appena, la sua solitudine non ci tocca fino in fondo… il film ci mostra relazioni umane sempre più semplificate, sempre più sporadiche e rarefatte; l’uomo del futuro prossimo è quasi autosufficiente dal punto di vista dei sentimenti (purché dotato di connessione internet!). E, sembra dire il regista, va bene così. Ecco… senza voler fare moralismi né condanne senza appello alla tecnologia…non sono proprio sicura che “vada bene così”…quindi avrei voluto vedere un film che stimolasse una riflessione su tutto questo, che indagasse più a fondo i meccanismi psicologici che possono portarci a preferire un sistema operativo a una persona.

Qualcuno potrà giustamente obiettare: fattelo da sola ‘sto film! In effetti non mi dispiacerebbe un giorno poter scrivere qualcosa in proposito. Nel frattempo, però, mi accontento di lanciare questa piccola provocazione: spero di ricevere molte risposte, possibilmente anche di segno contrario, così discutiamo un po’!

Concludo la “recensione a caso” con un plauso a Micaela Ramazzotti, voce italiana di Samantha: a lei l’arduo compito di creare un personaggio utilizzando solo le parole… compito eseguito molto bene, secondo me, tanto che le si può perdonare il vezzo un po’ fastidioso di dire continuamente “Ziodor!” (pronunciare correttamente il TH non è mai stato facile per nessuno, ma se vuoi doppiare fai almeno un tentativo 🙂 ).