BENT – La storia dimenticata dei triangoli rosa

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Quando pensiamo alle atrocità commesse dal regime nazista, la prima cosa che ci viene in mente è la persecuzione e lo sterminio degli Ebrei; difficilmente ci ricordiamo delle altre vittime: Rom, Sinti, portatori di handicap, testimoni di Geova, dissidenti politici e omosessuali. I libri di storia generalmente si limitano ad elencarle, senza particolari approfondimenti, e in occasione della Giornata della Memoria i media dedicano loro scarsa – se non inesistente – attenzione. Tanto maggior merito, quindi, va a chi, nel silenzio pressoché generale, cerca di far conoscere il dramma vissuto da migliaia di persone solo in ragione della propria “diversità” (chissà perché i regimi totalitari si impegnano sempre così tanto a eliminare chi, per qualsiasi ragione, non si adegua allo stile di vita predominante…secondo me ne hanno paura).

È il caso dell’associazione teatrale “Cervelli in Tempesta”, che da alcuni mesi sta portando in giro per la Toscana uno spettacolo intenso e coraggioso, BENT, tratto dall’omonimo testo di Martin Sherman. La pièce racconta, attraverso la storia del giovane Max, l’improvviso e traumatico passaggio da una Berlino relativamente aperta nei confronti dei gay all’inizio di una durissima repressione (in seguito alla “Notte dei lunghi coltelli”, avvenuta nel giugno del 1934), che costringe molti di loro alla fuga, nel migliore dei casi, o alla detenzione nei campi di concentramento.

Non voglio dilungarmi sulla trama (chi volesse saperne di più…si veda lo spettacolo!), quindi passo subito alle impressioni sulla replica cui ho assistito. Il regista Lorenzo Tarocchi utilizza pochi ma efficaci elementi scenici per proiettarci prima in una Berlino povera, un po’ bohèmienne, ma tutto sommato felice, dopo, nella realtà cruda e straniante del lager di Dachau. Nella prima parte viviamo, insieme al protagonista, gli eccessi della sua giovinezza sregolata (fatta di feste, alcol, incontri occasionali), le sue serate al club di Greta, una sorta di maîtresse ambigua e opportunista, la sua burrascosa ma tenera storia d’amore con il ballerino Rudy. Poi, il terribile viaggio in treno: qui la regia, attraverso un’efficace combinazione di luci, musica, canto, e un sapiente lavoro sulla fisicità dei bravissimi interpreti, ci lascia sentire, quasi sulla nostra pelle, il peso di una violenza assurda e schiacciante, pur evitando di mostrarcene i momenti più crudi. L’effetto è da brividi. Fino alla seconda parte, ambientata nel campo di concentramento. Qui assistiamo a un paradosso: la nascita di sentimenti umani in un contesto che non potrebbe essere più disumanizzante. Attraverso il rapporto tra Max e Horst, un detenuto contrassegnato dal triangolo rosa (e quindi “bollato” come omosessuale, a differenza di Max, che riesce invece ad ottenere la stella gialla degli Ebrei per ricevere un trattamento appena meno infamante), questo paradosso diventa possibile: i due si scontrano, si perdono, si ritrovano a doversi aggrappare l’uno all’altro per non cedere alla pazzia indotta da un “lavoro” straniante, si amano. Ma dire “amare” è riduttivo: quello che si crea tra i due protagonisti è un legame che va aldilà dell’amore tradizionalmente concepito, è un legame che trascende il corpo, che si nutre di momenti di indescrivibile delicatezza, di angoscia, di sempre rinnovati tentativi di comunicazione, di paura e di meraviglia, di ironia e di silenzi. Le emozioni passano senza filtro dal palco alla platea – commozione, entusiasmo, persino divertimento -, grazie a una regia coinvolgente e al tempo stesso asciutta e alle eccellenti interpretazioni di Gabriele Giaffreda (Max) e Henrj Bartolini (Horst), così diverse e così bene amalgamate: tanto rude, introverso e apparentemente forte il primo, quanto delicato, ironico e apparentemente fragile il secondo. I due attori riescono a rendere straordinariamente umani i rispettivi personaggi, con una recitazione basata su una gestualità mai esagerata ma incisiva e sulle sfumature e modulazioni dei toni di voce. Ma un bravo va anche a tutto il resto del cast, composto da Alessio Nieddu, Alessandro Novolissi, Francesco Tasselli, Claudia Corrieri, Francesco Gori e Tommaso Torselli: ogni attore è in grado di offrire un’efficace caratterizzazione del proprio personaggio e la compagnia nel suo insieme dimostra un grande affiatamento. 

Lo spettacolo ha inoltre il merito di farci riflettere su quanto ancora oggi l’omosessualità sia una condizione tutt’altro che accettata: l’orrore dei lager non è paragonabile a quanto accade oggi, d’accordo, ma i pregiudizi ancora esistenti, i troppi pestaggi ai danni delle coppie gay, le leggi che non ne tutelano i diritti, l’onnipresente e infausta influenza del Vaticano dimostrano quanta strada ci sia ancora da fare (e mi limito e parlare dell’Italia, perché, se dovessi affrontare il tema della vita degli omosessuali in Russia o in altri Paesi, si aprirebbe un capitolo di infiniti abusi e di infinite ingiustizie). Potrà essere utopistico, ma secondo me la società dovrebbe evolversi al punto da poter considerare l’orientamento sessuale come una caratteristica qualsiasi di una persona, che non la qualifica né come buona né come cattiva… un modo di essere equivalente a qualsiasi altro e come tale degno di rispetto. Spero non sia poi così utopistico.

Che aggiungere? Solo il consiglio, per chi può, di non perdersi questo spettacolo: le prossime recite – in una nuova versione itinerante – saranno a Lucca, presso il Baluardo San Colombano, il 18,19,21,22,23 settembre.

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3 risposte a “BENT – La storia dimenticata dei triangoli rosa

  1. Pingback: BENT, LA TESTIMONIANZA SULL’OLOCAUSTO DEGLI OMOSESSUALI | Linee Future

  2. Brava!
    Si tende troppo spesso a dimenticare questi personaggi scomodi. Rom, Sinti, Gay, Lesbiche… non sono forse persone come noi? Non hanno diritto anche loro ad inseguire la propria felicità senza timore di essere giudicati?

    • le persone sono tutte uguali e tutte meravigliosamente diverse: la diversità di etnia o di orientamento sessuale (o qualsiasi altra) è una ricchezza. Certo, per i regimi totalitari chi è “diverso” è scomodo, perché non è allineato allo stile di vita più diffuso, più facile da gestire…e purtroppo ancora oggi ci sono troppe discriminazioni. Mi auguro che il diritto alla felicità di cui parli possa essere davvero alla portata di tutti!

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