HER – Quanto è noiosa la solitudine!

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Oggi mi sento proprio in vena di fare il “bastian contrario”, così ho deciso di scrivere una mini recensione (o meglio, un insieme di impressioni a caso) su un film che è piaciuto a tutti, ma proprio a tutti (o quasi)…ma che in me ha destato più perplessità che ammirazione (con un pizzico di irritazione!).

Certo, l’opera di Spike Jonze ha non pochi meriti: il film è realizzato molto bene, con immagini quasi “liquide” (che mostrano un mondo tecnologico ma non caotico, ordinato e pacifico, avvolto in una luce rassicurante e ovattata), un ritmo comodo (forse pure troppo!), scandito da intensi primi piani, un cast di alto livello, nel quale spicca su tutti il bravissimo Joaquin Phoenix.

E allora…dov’è il problema?

Forse nelle eccessive aspettative che avevo riposto nel film dopo aver visto il trailer. Confesso che il già molto esplorato tema delle relazioni tra esseri umani e oggetti tecnologici mi intrigava, e speravo in una sua “messa in scena” originale. Sono innumerevoli gli esempi, nel cinema, nella musica e nella letteratura, di storie che raccontano il legame (di amore, amicizia, paternità) tra un uomo e una creatura artificiale – artificiale sì, ma così ben fatta da sembrare “umana, troppo umana” -, o che comunque si interrogano su quanto possa essere sottile il confine tra le due nature (quella umana e quella tecnologica): a cominciare dal mito di Pigmalione, passando per Blade Runner, Matrix, A.I. – Intelligenza artificiale, per arrivare a soggetti meno fantascientifici, come l’intramontabile Pinocchio o la meravigliosa bambola meccanica di cui si innamora il Casanova felliniano o la funambolica Olympia de I racconti di Hoffmann…o ancora Ruby Sparks, la ragazza ideale che “esce” letteralmente dalla penna di un giovane scrittore.  HER si inserisce in questo filone, descrivendo il rapporto sentimentale tra il solitario Theodore, di professione autore di lettere d’amore per conto di terzi, e Samantha, un sistema operativo altamente evoluto, in grado di adattarsi alle esigenze della persona con cui entra in contatto.

Non mi dilungo sulla trama e passo subito a svolgere, come promesso, il ruolo di “bastian contrario”: un film interamente basato sul relazionarsi tra un uomo e una voce femminile (quella di Samantha, appunto) avrebbe dovuto trovare la sua forza non solo nei primi piani perfettamente riusciti e particolarmente espressivi del protagonista, ma anche nei dialoghi. Sono proprio questi a non convincermi: per tutto il tempo i due parlano, parlano, parlano…del niente… o meglio, instaurano conversazioni banali o esprimono in maniera convenzionale e poco veritiera i propri sentimenti. Insomma: mi sono un po’ annoiata nel sentire Theodore decantare i vantaggi di una relazione finalmente felice con qualcuno che lo capisce veramente (e ci credo: è programmata per quello!), o nell’assistere alle progressive scoperte di Samantha sulla propria capacità di provare sensazioni ed emozioni…tutto molto bello, sì, ma un po’ stucchevole, un po’ falso e soprattutto già visto.

Quel che mi aspettavo dal film (ma l’errore è mio: mai aspettarsi niente da nessuno, tanto meno da una pellicola 🙂 ), in realtà, era una critica più approfondita sullo stile di vita, sempre più solitario e autoreferenziale, che attualmente va per la maggiore. Critica non vuol dire condanna, ma analisi; vuol dire andare a fondo, alla radice di qualcosa: qui si rimane alla superficie. Ci si sente dolcemente avvolti, ma non profondamente colpiti, dall’infinita tristezza di un uomo capace di relazionarsi solo con un prodotto altamente tecnologico, creato su misura per leggergli dentro, ma pronto a chiudersi in se stesso alle prime difficoltà con una donna reale. Siamo tutti (chi più, chi meno) un po’ “malati” di tecnologia: a volte ci capita di passare più tempo con il nostro computer o con contatti virtuali che con persone in carne ed ossa. Eppure il lieve dramma di Theodore ci sfiora appena, la sua solitudine non ci tocca fino in fondo… il film ci mostra relazioni umane sempre più semplificate, sempre più sporadiche e rarefatte; l’uomo del futuro prossimo è quasi autosufficiente dal punto di vista dei sentimenti (purché dotato di connessione internet!). E, sembra dire il regista, va bene così. Ecco… senza voler fare moralismi né condanne senza appello alla tecnologia…non sono proprio sicura che “vada bene così”…quindi avrei voluto vedere un film che stimolasse una riflessione su tutto questo, che indagasse più a fondo i meccanismi psicologici che possono portarci a preferire un sistema operativo a una persona.

Qualcuno potrà giustamente obiettare: fattelo da sola ‘sto film! In effetti non mi dispiacerebbe un giorno poter scrivere qualcosa in proposito. Nel frattempo, però, mi accontento di lanciare questa piccola provocazione: spero di ricevere molte risposte, possibilmente anche di segno contrario, così discutiamo un po’!

Concludo la “recensione a caso” con un plauso a Micaela Ramazzotti, voce italiana di Samantha: a lei l’arduo compito di creare un personaggio utilizzando solo le parole… compito eseguito molto bene, secondo me, tanto che le si può perdonare il vezzo un po’ fastidioso di dire continuamente “Ziodor!” (pronunciare correttamente il TH non è mai stato facile per nessuno, ma se vuoi doppiare fai almeno un tentativo 🙂 ).

 

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6 risposte a “HER – Quanto è noiosa la solitudine!

  1. Paolo

    dicono che la performance vocale della johansson sia eccezionale. infatti quando s’è saputo che davano la parte alla ramazzotti c’è stata una mezza protesta

  2. In merito (Innamorarsi di qualcosa che è tecnologico = se stessi) ti consiglio “Eudeamon” di Erika Moak. Strano. Carino. Penso che potrebbe piacerti. 🙂

  3. sai gia coem la pèenso del film e ne abbiamo scritto abbastanza: comunque mi piace la tua recensione e quel che dici che rimane un punto di vista interessante. L’unica cosa che mi sento di aggiungere è che un Opera d’arte, di qualsiasi genere, dovrebbe suscitare qualcosa nelle persone e Her mi pare che in un modo o nell’altro suscita quialcosa anche in te….fosse indifferente sarebbe peggio (per l’opera…)

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